Il sospiro del Soul

L’avete mai sentito? Avete mai perso la testa per il sospiro del Soul? Sì, sicuramente, è sufficiente che abbiate ascoltato una canzone di Michael Jackson e l’avete sentito, quel sospiro, quel fiato, quel respiro affannoso, quell’ansito, a volte quasi uno spasmo, come ad indicare una sofferenza e allo stesso tempo un attimo di piacere assoluto; quella spinta improvvisa del diaframma data con la bocca attaccata al microfono, è solo un tocco intonato e a tempo, che serve per mantenere l’attenzione dell’ascoltatore e coinvolgerlo nel canto. La musica leggera è piena di maestri (Soul singers) di questo tipo di espressione, ma si può snocciolare facilmente un breve elenco di cantanti che ne hanno fatto proprio un’arte: Michael Jackson, Whitney Houston, Aretha Franklin, James Brown e una lunga lista di cantanti che li hanno più o meno copiati o hanno preso diligentemente spunto, trovando una loro forma personalizzata, come Toni Braxton o Mary J. Blige, in casa nostra la maestra è Giorgia e nessuna come lei lo sa usare.

Non tutti lo utilizzano, soprattutto in passato, c’erano forme diverse di dare forza al canto e alla voce: c’era chi ci metteva il ringhio o una sorta di graffiatura nella voce, che conferisse maggior carica alla strofa, ad esempio Donna Summer o Tina Turner o ancora Gloria Gaynor, o chi riempiva il petto d’aria e caricava di potenza una nota, lasciandola però pulita, come si poteva permettere Barbra Streisand o la nostra Mina o Liza Minnelli o Freddy Mercury o ancora Grace Jones. Oppure chi giocava con una voce roca di nascita, sporca si direbbe, e chi ne faceva la propria forza, come Joe Cocker, Janis Joplin o Bruce Springsteen.

Non c’è un modo che possa essere migliore o peggiore, ci sono solo voci diverse, che suonano come fossero diversi strumenti e i migliori cantanti sono quelli che meglio ne sanno sfruttare i “colori”.

Ma quel sospiro è particolare, non è adatto a tutte le voci, né a tutti i generi musicali, ma nemmeno a tutte le canzoni. È qualcosa di molto specifico e non è affatto un semplice fiato tra una strofa e l’altra, è lavoro di tecnica e tanta sensibilità del cantante ed è tipico del Soul. In origine potrebbe essere considerato come un lamento, un fiato che dà voce ad un malessere fisico e mentale, o ancora un bisogno spasmodico di esprimere una sofferenza e far uscire dal proprio corpo tutto il proprio disagio. Se non ci avete mai fatto caso, non avete mai ascoltato musica Soul, oppure solo distrattamente, o l’avete sentito e avete pensato che fosse un modo per tenere il tempo.

No, niente affatto, è proprio un’arte, e quelli che la usano meglio sarebbero capaci di farvi una canzone anche solo con quel sospiro. È talmente potente che può essere più significativo, per il vostro ascolto, di una strofa o di un ritornello, anche ben costruiti. James Brown sembrava che svenisse davanti al microfono, Michael Jackson trasmetteva una voglia di esplodere e di espandersi incommensurabile, Aretha Franklin (oltre al fatto che poteva fare quello che voleva con la sua voce) era in grado di elevare una canzone a livelli eccelsi, solo con quei fiati, e Whitney Houston era così sensuale da farvi correre i brividi lungo la schiena. Può essere esplosivo e talmente coinvolgente da creare nell’ascoltatore un fremito e non mi spingo troppo in là se dico che in alcune canzoni assomiglia quasi ad un gemito di piacere, senza essere, per questo, sconveniente o di cattivo gusto.

È proprio della musica Soul, di quella musica che appunto viene dall’anima, che tenta di esprimere uno stato d’animo (un “mood” si direbbe in inglese) in modo molto particolare, che coinvolge il nostro lato istintivo e passionale, meno cerebrale e meditativo, invitandoci quasi ad una danza incosciente, e va a ricercare il nostro profondo sentire, quello che non passa dalla mente, ma dai sensi puri, dalla fisicità. Possiamo scorgerne le origini nel Gospel, uno dei padri del Soul, che a sua volta si forma nella preghiera tipica della Chiesa Metodista afro-americana, nella quale il fedele si rivolge a Dio quasi abbandonandosi sia fisicamente che mentalmente ad uno stato di completa fiducia, dove una voce solista esprime il suo sentimento a Dio (“Oh Lord”) e un coro di voci risponde, ripetendo spesso la stessa frase, che conferma la preghiera e la accompagna.

Questa è la stessa impronta delle canzoni Soul, dove spesso il cantante è accompagnato da un coro e invita il coro stesso e l’ascoltatore a seguirlo, in quello che può essere un lamento oppure un inno alla gioia e all’unione (“Come on”, “Mmh”, “Help me”, “Ooh”). Se non avete ancora chiaro di cosa parlo, oltre ad ascoltare i brani più noti dei cantanti che ho già nominato, provate ad ascoltare le prime note di “I’ll take you there”, un brano degli Staple Singers del 1972, in cui la cantante Mavis Staples, all’inizio utilizza proprio questo tipo di tecnica per iniziare la preghiera e richiamare l’attenzione del pubblico. È quasi un espressione di stanchezza, di fatica, di spossatezza, di sforzo o di abbandono, ma anche un invito a rialzarsi, ad elevarsi. Whitney Houston nel film “The Preacher’s wife”, dove infatti interpreta la cantante di punta del coro della chiesa, usa la stessa tecnica, che già padroneggiava magistralmente da tempo, nelle sue meravigliose canzoni.

È solo un sospiro, un gemito, ma è in grado di farvi venire i brividi per la sua potenza emotiva, quasi vi sentite sciogliere dentro, vi può far innamorare all’istante di una canzone e raggiungere i vostri sensi più profondi, quasi a darvi un piacere fisico. L’avete mai sentito dentro di voi il sospiro del Soul?